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Sanzioni dimezzate e depenalizzazione per chi riporta i capitali in Italia

Giuristudio - Approfondimento - Sanzioni dimezzate e depenalizzazione per chi riporta i capitali in Italia

A proposito del rientro dei capitali italiani esportati in Svizzera, il Governo sta vagliando due alternative. La prima sarebbe una nuova normativa che potrebbe già entrare nella legge di Stabilità, e che ne favorirebbe lo spontaneo rimpatrio. L’altra possibilità è un accordo con gli elvetici per lo scambio di informazioni che aprirebbe all’Italia prospettive economiche rosee qualora si  arrivasse  alla trasmissione delle comunicazione dei nominativi degli italiani che hanno trasferito denaro in Svizzera.
Per quanto riguarda la prima alternativa il premier Enrico Letta ha parlato di «un piano articolato sul tema della legalità dei capitali all’estero». Dovrebbe essere messa a punto di una nuova procedura di regolarizzazione volontaria delle attività economiche e finanziarie “illecitamente” detenute all’estero. I soggetti interessati che detengono fondi all’estero in maniera illegale potrà autodenunciarsi e pagare le imposte e gli interessi relativi a tutte le annualità che non si siano prescritte, ottenendo uno sconto sulle sanzioni fino alla metà del minimo. Tali vantaggi saranno godibili solo se il contribuente non avrà ancora subito verifiche o ricevuto questionari.
In questo caso poiché il contribuente pagherebbe il dovuto rispetto alle varie annualità senza forfetizzazioni, non potrebbe parlarsi né di condono, né di scudo fiscale e, inoltre, l’ex evasore perderebbe l’anonimato. Per quanto riguarda l’aspetto penale, sarà necessaria rivedere le conseguenze di una autodenuncia, in quanto ad oggi si può arrivare fino alla detenzione. A tal proposito è stata costituita una apposita commissione che sta lavorando a un ulteriore tassello del piano: il nuovo reato di autoriciclaggio. La proposta è che venga esclusa la sanzione penale per chi si autodenuncia prima di essere scoperto. Qualora invece l’autodenuncia avvenga già in corso di accertamento, si applicherebbe la sanzione penale ma con «un’attenuante a effetto speciale».
La seconda opzione al vaglio del Governo è un accordo con la Svizzera sulla falsariga delle intese che quest’ultima ha stretto con Austria e Inghilterra. Nel primo caso è stato previsto un incasso immediato di 200 milioni di euro a fronte di una doppia tassazione: una una tantum sul patrimonio (tra il 21 e il 41%) e una tassa annuale sui redditi finanziari percepiti nelle banche svizzere da parte di cittadini austriaci e da qualsiasi società avente come beneficiario una persona fisica austriaca, con un’aliquota del 26% circa. In questo caso quello che conta è che la Svizzera conserverà il segreto bancario, con un numero limitato di richieste annuali di verifica austriache. Gli evasori non saranno perseguiti penalmente nel Paese d’origine.
Per quanto riguarda l’Italia, in base alle dichiarazioni del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, rilasciate a luglio: «L’obiettivo è che loro ci forniscano l’elenco dei connazionali con capitali in Svizzera, noi provvederemo a tassarli. Tutto ciò per quanto riguarda il futuro. Per quanto riguarda il pregresso, invece, pensiamo di negoziare un saldo da determinare».
Conseguentemente a queste dichiarazioni, l’accordo è tutt’altro che vicino.
Qualora all’Italia venisse concessa la totale trasparenza, sono già state previste un’aliquota del 25% sul capitale e un imposta al 25% sugli interessi prodotti e lo Stato italiano totalizzerebbe poco meno di 40 miliardi. Ma la Svizzera ha già lasciato capire che l’aliquota italiana dovrà essere più bassa di quella di altri Paesi, essendo intervenuti negli anni scorsi alcuni condoni che hanno già fatto rientrare capitali in Italia. L’incasso scenderebbe a 10-15 miliardi. Quindi, vi è il rischio fondato che nel frattempo le banche svizzere spostino i capitali in filiali nei «paradisi fiscali», lasciando a bocca asciutta il governo italiano.
A favore dell’Italia vi è soltanto la decisione della Svizzera di aderire alle norme Ocse sullo scambio anche automatico di dati e il venir meno del «segreto bancario» dal prossimo primo novembre. Tale decisione prevede, però, un lungo procedimento di ratifica e ha anche dei limiti importanti. I dati che sarebbero comunicati dall’Agenzia antiriciclaggio svizzera saranno solo le informazioni, ma non i documenti, per sospetto riciclaggio nell’ambito di reati di diritto comune (corruzione, droga, truffa) ma non per i reati fiscali. Per quelli bisognerà aspettare il 2015.
In conclusione quindi per chi ha ereditato negli anni un patrimonio all’estero non dichiarato al fisco e non sa come fare mentre a farli rientrare dai cosiddetti paradisi fiscali, a patto che si tratti di patrimoni già costituiti da un decennio e non successivamente alimentati dall’Italia senza dichiararlo è importante sapere che c’è una strada da seguire per l’emersione alla legalità, ed è una strada conveniente, più di quanto si immagini. Tale opzione già gode del consenso dell’Agenzia delle entrate, perché è basata sulle norme già vigenti e non richiede alcuna necessità di nuovi atti legislativi. Conviene a quei contribuenti che vogliano legalmente utilizzare parte almeno di un patrimonio altrimenti intangibile, senza compiere reati,  conviene anche all’Italia che abbisogna di entrate
Secondo l’Ocse, l’Europa perde ogni anno circa 1.000 miliardi di euro di entrate dai beni dei suoi contribuenti nei cosiddetti paradisi fiscali. Per questo il G8 di tre settimane fa ha dato una stretta generale, varando un decalogo che invita perentoriamente i paesi rifugio alla cooperazione e allo scambio di informazioni.
In Europa negli ultimi tre anni si è rincorso vanamente lo schema di accordi Rubik di cooperazione fiscale con la Svizzera. Non ha funzionato, l’aliquota di regolarizzazione era altissima e si chiedeva alle banche depositarie di funzionare da sostituto d’imposta. Alla fine l’Ue ha messo il proprio cappello su un’iniziativa diversa. Lo schema è quello statunitense del Fatca (Foreign account tax compliance act), che dovrebbe entrare in vigore con diversi passaggi a partire dal 1° gennaio 2014. Tutti gli intermediari finanziari che operano nei paesi firmatari degli Accordi Fatca saranno tenuti a segnalare la presenza tra i propri clienti di contribuenti Usa. La Svizzera, naturalmente, come Italia ci interessa più direttamente ed in maggior misura.
A maggio il ministro svizzero delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf, si è detta pronta a estendere non solo ai 13 istituti contestati da anni dal fisco Usa, ma a tutte le banche elvetiche, il regime di preadesione allo schema Fatca. È quanto prevede il progetto di legge (la cosiddetta Lex Usa) che a Berna è stato votato dalla camera alta del parlamento, dalla camera bassa. L’Associazione bancaria elvetica (Asb) ha però già dato l’assenso. Dunque, cominciando dai clienti a passaporto americano, dal 2014 grandi banche come Credit Suisse e Ubs cominceranno a essere “attenti” ai clienti non in regola con la disclosure fiscale. Chi non risultasse in regola rispetto ai propri paesi di appartenenza, rischia l’imputazione di riciclaggio, anche in Svizzera. Se l’Italia non decide in fretta sulla questione, rischia che molti patrimoni italiani in Svizzera si  allontanino ulteriormente, verso Hong Kong o Macao. Il rischio è ancora più forte per i patrimoni storici italiani all’estero, sui quali l’ordinamento non ha possibilità di fare luce né amministrativa, scaduti gli anni di accertamento fiscale, né penale, maturate le prescrizioni. Per questi motivi, quindi, il presidente del Consiglio, Enrico Letta, dopo il G8, ha dichiarato che è maturo il tempo per un accordo con la Svizzera e la priorità va data ai patrimoni “storici”, proprio per non incorrere nelle decadenze e prescrizioni.
Ovviamente se i patrimoni all’estero provengono da un’eredità, considerato che le sanzioni amministrative e penali si estinguono alla morte dell’autore delle violazioni e gli eredi rispondono limitatamente alle imposte non versate solo se ancora suscettibili di accertamento, è molto più invitante autodenunciarsi.
Qualora invece sussistano responsabilità dirette per l’omessa compilazione del quadro Rw, sezione II e III della propria dichiarazione, esiste già la possibilità di sanzioni pecuniarie ridotte. Infatti l’articolo 5 del decreto legge 167 del 28 giugno 1990, che viene aggiornato ogni anno in sede di legge europea, prevede aliquote da un minimo del 5 per cento per ogni anno fino al 2008, e nel disegno di legge europea per il 2013 l’aliquota diventa dal 3 per cento annuo fino a un massimo del 15 (con raddoppio previsto per i paesi che non escano da black list).
Per quanto riguarda eventuali responsabilità penali, l’Agenzia delle entrate è tenuta a segnalare alle procure, facendo scattare maxisanzioni. Si tenere conto però, che da settembre 2011 la soglia di rilevanza penale per la sola ipotesi dell’imposta non versata è stata significativamente abbassata. E’ stato previsto un criterio per far prevalere la sanzione penale sull’amministrativa per i reati di evasione, non per le semplici violazioni del quadro Rw, nel decreto legislativo 74 del 2000, articoli 19 e 21. Infine, riguardo alle eventuali responsabilità penali, in tutti i casi consentiti, non verrebbero menzionate nel casellario giudiziale. Quindi per valutare la responsabilità penale conta il tipo di patrimonio all’estero. I capitali che producono reddito soggetto a imposta sostitutiva a bassa aliquota, cioè i dividendi,  danno più franchigia di quelli sottoposti ad aliquota progressiva, come i redditi immobiliari.
Dopo aver valutato l’eventuale appartenenza ad una delle categorie su descritte, il cittadino e contribuente italiano dovrebbe contattare un professionista svizzero, o quello della nazionalità del porto franco che lo interessa, in ogni caso in cui detenga: conti gestiti fiduciari, gestioni patrimoniali, partecipazioni, polizze, immobili, metalli preziosi, trust o altro, anche attraverso società esterovestite. Il difensore o professionista italiano incaricato dal contribuente presenta una memoria all’Ucifi, l’Ufficio centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali, attraverso la sua sede centrale a Milano o attraverso l’ufficio provinciale di competenza dell’Agenzia delle entrate. La memoria, su base anonima, è necessaria all’amministrazione fiscale per valutare ed esprimersi sull’entità del prelievo fiscale e sanzionatorio. I dati del contribuente restano anonimi finché egli stesso non decida di accettare la proposta di emersione alla legalità formulata dall’amministrazione. Se aderisce, avviene la piena disclosure ma il patrimonio può anche restare dov’è, soggetto a imposta e legalizzato ma non sottoposto a reimpatrio coatto.
Il contribuente dopo aver verificato anonimamente la sua posizione, se deciderà di emergere, potrà dedurre eventuali perdite subite dal patrimonio in questi anni di crisi. Le agevolazioni sanzionatorie potranno ridursi fino al 50 per cento del minimo applicabile, come dispone la legge. Il patrimonio potrà comunque essere gestito dall’estero, regolarizzato compilando il quadro Rw della propria dichiarazione dei redditi.
Dalla nostra esperienza maturata negli anni nella sede Giuristudio di Lugano possiamo confermare le grandi perplessità e incertezze di professionisti ed imprenditori, giacchè per il contribuente la valutazione sarà: meglio  avere capitali all’estero senza poterli utilizzare oppure, accontentare lo Stato e vivere nella legalità?
Esperti consulenti e specialisti potranno guidare nella scelta giusta.
 
Avv. Francesca Fiore
Componente Comitato Direttivo Giuristudio – studio Legale Primavera & Partner
Sede di Lugano
Giuriservice & Consulting srl
 
*Tratto dalla pubblicazione “Imposte tasse e tributi- Decreto del fare” supplemento con “La Rivista di Finanza” editore Euroedizioni

Avv. Francesca Fiore